Long term care: la nuova sfida

Long term care, la nuova sfida da cogliere

 

La «necessità» di poter contare su un’assistenza adeguata, con l’innalzamento progressivo della speranza di vita della popolazione, è oramai «esplosa». E «fornire il giusto supporto a coloro che sono già in quiescenza, per garantire che trascorrano la vecchiaia nel miglior modo possibile» è «una questione che noi ci siamo posti, e su cui possiamo proporre delle soluzioni», anche innovative, che non comportino necessariamente il trasferimento della persona non autosufficiente in una residenza «ad hoc», ma che favoriscano le cure all’interno della propria abitazione.

Ad affermarlo il presidente dell’Eppi (Ente previdenziale dei periti industriali e dei periti industriali laureati), Valerio Bignami, convinto che sulle modalità di erogazione della «Long term care» (l’assistenza di lunga durata) si giochi una delicata e importante «partita», con effetti positivi sulle persone, nonché con riflessi non trascurabili sull’attività dei professionisti.

Domanda. Presidente Bignami, è vero che lei considera occuparsi dei bisogni di coloro che hanno già ottenuto la pensione una questione «quasi rivoluzionaria», al giorno d’oggi?

Risposta. È proprio così: in ambito previdenziale e assistenziale, finora, lo stigma tradizionale è stato che i provvedimenti dovevano esser prevalentemente volti a «coprire» l’iscritto nell’arco della sua vita lavorativa, lasciando così all’iniziativa e alla capacità finanziaria dei professionisti qualunque azione, una volta andato in pensione. Oggi non è più possibile seguire questo percorso, e negli incontri che l’Eppi conduce sul territorio accade con sempre maggiore frequenza che i periti industriali che già percepiscono un trattamento previdenziale ci chiedano se sono previste misure di ulteriore sostegno. Non si può ignorare un problema sociale che rischia di diventare, con lo scorrere del tempo, drammatico. Vanno individuate altre strade.

D. Cosa ritiene sia, dunque, giusto fare?

R. Innanzitutto, muoversi con decisione sul fronte della prevenzione. Ad esempio, ritengo che sarebbero particolarmente vantaggiosi gli effetti di un’applicazione sistematica e ricorrente di «check up» da cominciare dopo i 30 anni: costituirebbero per i nostri colleghi un elemento decisivo per conoscere il proprio stato di salute e, soprattutto, i corretti modi per mantenerlo. E questa attenzione alle proprie condizioni potrà contribuire ad abbassare i costi sanitari cui si andrà incontro, in caso insorgessero delle malattie degenerative. La cultura della prevenzione andrebbe quanto più possibile incoraggiata, così come occorrerebbe prendere, ormai, atto del fatto che, a causa della perdurante diminuzione di risorse pubbliche, non abbiamo più uno Stato sociale in grado di intervenire per ogni nostro bisogno. È meglio, come l’Eppi sta facendo, affrontare le questioni in modo organico e non episodico: da un lato, perciò, estendendo le coperture assicurative della Cassa di previdenza a chi è già in quiescenza e, dall’altro, operare sulle giovani generazioni della nostra categoria professionale per ridurne i bisogni di welfare nella loro futura età avanzata.

D. Le nuove tecnologie, nel frattempo, possono rivelarsi assai preziose, avvalendosi, magari, di un tele-monitoraggio medico e di una tele-assistenza domiciliare, senza spostarsi da casa.

R. Molto preziose: tanto per fare un esempio, dall’attuazione della banda larga, assieme a molteplici altri benefici, potrebbe anche scaturire l’ampliamento di un «ombrello» protettivo sanitario fin dentro la stanza da letto della persona anziana, che potrebbe esser così sottoposta a esami diagnostici a distanza. Tutto ciò avverrebbe all’insegna dell’efficienza e del risparmio delle spese. E questo discorso ben si collega alla questione degli investimenti delle Casse di previdenza, che è sempre di grande attualità.

D. Gli investimenti degli Enti privati nell’economia reale del Paese?

R. Già, le operazioni finanziarie dedicate allo sviluppo delle infrastrutture in senso ampio, come ho già avuto occasione di sottolineare in passato, hanno fra le finalità quelle di incentivare lo sviluppo economico nazionale, far lavorare in tanti comparti produttivi i nostri iscritti e creare le condizioni per avere sempre più strumenti a tutela delle persone come, appunto, quelli riconducibili alla medicina «in rete». In quest’ottica si inseriscono le Rsa (Residenza sanitarie assistenziali), le strutture dedicate ad una popolazione che invecchia e può andare incontro al rischio della «non autosufficienza», ma su cui gravano costi di gestione e riqualificazione enormi su cui è opportuno riflettere, prima di avviare degli investimenti. La mia idea è orientare meglio le risorse.

D. In quale direzione?

R. Collocarle sulla preparazione e sulle competenze del personale che si prende cura degli anziani. Qualificare adeguatamente le «badanti» deve essere, a mio parere, un capitolo da perseguire con dedizione: sarebbe estremamente più funzionale che tali figure non si incaricassero soltanto della «sorveglianza» della persona anziana, ma potessero prestare un’assistenza di buon livello, a seguito di una formazione specialistica. E qualificare un lavoro – ricordiamolo – servirà ad attrarre anche i nostri giovani, favorendo l’occupazione e facendo anche emergere il «nero».

 


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